giovedì 14 marzo 2019

Mai sfottere un potente di Enna

Al Grande Emiro di Palermo arriva una strana lettera. E' il 986 D.C., gli scrive l'Emiro di Enna che gli dice che vuole andarsene da Enna, vuole essere sostituito e mandato altrove a governare e se del caso anche non governare più da nessuna parte.

Il motivo- gli dice- è che in Città non ha più autorità. I suoi ordini non vengono eseguiti e neppure i suoi castighi vengono espiati. Non solo, aggiunge che lo sfottono per strada, la gente non lo saluta e lo guarda storto. E gli cantano delle canzoncine, dei cori di sfottò, persino i ragazzini oltre agli adulti. Non è decoroso, sostiene.

Non ti muovere da lì, gli risponde il Grande Emiro responsabile di tutta la Sicilia. Cosa credi che non sfottano anche me? Non dar peso alla cosa, fai il sordo, fingi di non sentire. Non posso sostituirti, sei una brava persona, su di te niente da dire, nessuno si è mai lamentato del modo in cui governi la città di Enna. E poi se io ti sostituissi passerebbe il messaggio che basta una canzone per far cadere un governo, e la cosa avrebbe grandi ripercussioni ed epigoni dappertutto. E anzi fai una cosa, cerca di capire meglio da dove partono queste diffamazioni, queste ingiurie, e nel frattempo resisti e fai punire dal Kadì chi ti disubbidisce.

La risposta dell'emiro Ennese è: guarda che qui la cosa sta peggiorando, ci sono riunioni segrete dei Grandi di Enna e gran parte del popolo è con loro.  Ti obbedisco e resto dove sono ma se io dovessi far dare castigo a qualcuno, o non sarei obbedito o se il castigo fosse dato ci sarebbe una ribellione popolare e non avrei scampo. Ma poco mi importerebbe della mia vita, il male peggiore sarebbe la fine dell'autorità su una delle città più grandi della Sicilia. La gente si ribellerebbe a causa mia. Io non faccio troppo caso ai cori di sfottò che cantano contro di me, mi preoccupo del fatto che nessuno ubbidisce più. Quindi ti imploro di sostituirmi, così la gente si calmerà e non scoppieranno rivolte.

E il Grande Emiro gli risponde che ha sottoposto per una seconda volta la faccenda al gran Consiglio, lì a Palermo. La decisione è questa, insieme a questa lettera ti mando 5000 soldati, chiunque non ti ubbidisca fallo passare per le armi. Continua le tue indagini su chi alimenta questo sentimento di indipendenza dai tuoi ordini, fallo catturare e mandalo qui a Palermo. Inoltre in caso di ribellione ricorda agli Ennesi che tutta la città verrà incendiata. Fai leggere questa lettera in pubblico.

Che succede con la lettura in pubblico delle tremende parole del Grande Emiro?  E in quale luogo pubblico viene letta? [Io che traggo ciò che scrivo dalla lettura dei documenti mi faccio l'idea razionale che il luogo migliore è la piazza innanzi al Castello di Lombardia, ma nella testa mi balena l'idea di Piazza Vittorio Emanuele, lungo la Via Roma. Lì c'è un palazzo da dove molti emiri neo moderni si sono affacciati o hanno sbirciato dai vetri per controllare comizi e campagne elettorali. Ma la mia è una supposizione che si nutre di cattiveria, bonaria ovviamente].

Insomma il Muftì che legge la lettera in pubblico riferisce che i ricchi Ennesi presenti impallidiscono. E cominciano a cantare in privato.

In effetti non si tratta di umorismo,  ironia, sarcasmo più o meno innato tra gli Ennesi e i Siciliani in genere. Se nessuno, soprattutto se ricco, è vessato oltre misura, o privato di cose e libertà seppur limitate, perchè mai dovrebbe essere così protervo nell'accanirsi nel sarcasmo contro chi governa?

La faccenda è semplice. C'è un Emiro, quello di Milazzo, che vuole prendere il posto del suo collega Ennese. Ed è lui che organizza la campagna mediatica ma senza media contro l'Ennese suo pari. La campagna diffamatoria parte da lì, per suscitare i risentimenti popolari che porteranno alla destituzione con le buone o con le cattive dell'Emiro Ennese. [Questa la spiegazione ufficiale. Ma come fa ad essere certo che sarà proprio lui a sostituire l'Ennese? Non sarà che già ci sono enormi divisioni all'interno del mondo Arabo in Sicilia, che relativamente presto porteranno alla sconfitta, celate nell'epistolario ufficiale per dissimulare una verità scomoda di uno scontro tra bande rivali? Gli stessi documenti parlano di altri Emiri fatti fuori con cattive maniere. Altra cattiveria, non bonaria].

L'Emiro di Enna non ci crede, non crede al complotto politico.

Due del novero dei ricchi Ennesi mezz'ora  dopo la lettura pubblica vengono portati dal Muftì davanti all'Emiro a testimoniare. Giurano sulla loro testa che il complotto è partito dall'Emiro di Milazzo. In quei tempi la testa si perde con facilità per averci spergiurato sopra.

L'Emiro promette che non gli farà del male e li manda a Palermo scortati da 10 cavalieri.

Il super Emiro di Palermo appresa la cosa manda una lettera all'Emiro di Milazzo il cui tenore è all'incirca si prega la S. V. Ill.ma di recarsi a Palermo per comunicazioni che La riguardano.

E non appena l'infelice arriva a Palermo [magari pensando che è arrivata l'ora della sostituzione dell'Emiro Ennese] finisce ai ceppi e in cella.  Sarà  interrogato davanti al Gran Consiglio al completo. Confesserà, ammetterà e chiederà scusa perchè queste cose non si fanno [cercherà di salvare almeno la testa se non l'onore]. D'altra parte non ha scampo perchè ha inviato delle lettere ai due ricchi Ennesi, istigandoli alla congiura. Lettere che qualche giorno dopo saranno nelle mani del Gran Consiglio che lo interrogherà, lettere che i due ricchi Ennesi canterini faranno avere al Gran Consiglio.

E nel frattempo ad Enna l'Emiro ha la bella sorpresa di rivedere il sorriso ed il saluto dei suoi sudditi, con manifestazioni di allegrezza, finiscono i cori di sfottò [e suppongo gli spernacchiamenti così tanto meridionali taciuti per pudore dai documenti] e torna l'obbedienza.

Dopo l'interrogatorio dell'Emiro di Milazzo che ammette pure la paternità delle lettere, il Consiglio delibera il da farsi. Una lunga discussione. Non meriterebbe la morte, perchè non era in sé, tuttavia merita la morte perchè altrimenti ognuno che esce di senno farebbe uscire pazzi anche gli altri, rovinando il popolo. [La motivazione è un po' scarsa e contraddittoria ma è questa]. L'Emiro verrà decapitato davanti al Consiglio, il suo corpo spedito ad Enna e lì seppellito in una Moschea (ci mancherebbe). Ah, la testa, la testa messa pure nella cassa  spedita ad Enna ma per essere mostrata in pubblico al popolo Ennese, così, per non dimenticare.



Tratto da:Codice diplomatico di Sicilia sotto il Governo degli Arabi pubblicato per opera e studio di Alfonso Airoldi arcivescovo di Eraclea, giudice dell'apostolica legazione, e della regia monarchia nel Regno di Sicilia.



L'autore è l'Arcivescovo Airoldi, una persona coltissima di quel tempo. Comincia ad appassionarsi agli studi sugli Arabi in Sicilia dopo aver conosciuto l' Abate Vella. 

L'Abate  Giuseppe Vella fu un sacerdote Palermitano che in breve divenne famoso in tutta Europa e fu considerato per qualche tempo uno dei massimi esperti di studi islamici. Così tanto apprezzato da ottenere persino una Cattedra all'Università di Palermo.

L' Abate Vella a spese dell'erario del Regno Borbonico pubblicò un suo testo sui Normanni al tempo della guerra in Sicilia contro (e insieme) gli Arabi. Si trattava a suo dire di una traduzione dall'arabo di documenti da lui rinvenuti.

Il testo pubblicato dall'Abate Vella, il codice dei Normanni,  suscitò enormi polemiche e risentimenti da parte dell'aristocrazia Siciliana. Tante e tali da scaturirne un processo. Un processo "tributario" per avere egli fatto cattivo ed illecito uso del denaro pubblico che era servito per la costosa pubblicazione dell'opera.

A fare infuriare gli aristocratici siciliani fu l'idea resa nel libro che l'aristocrazia Siciliana fosse nata con l'arrivo dei Normanni in Sicilia. Non era un particolare di poco conto perché esisteva un contenzioso legale che oggi definiremmo costituzionale tra gli aristocratici siciliani e la famiglia regnante dei Borbone.

I Nobili siciliani sostenevano che Ruggero avesse chiesto ed ottenuto aiuto per occupare l'isola proprio all'aristocrazia Siciliana e senza l'appoggio della nobiltà Siciliana l'impresa non avrebbe avuto successo e Ruggero non sarebbe mai diventato re. Diventato Re di Sicilia Ruggero aveva sempre ritenuto di pari rango politico l'aristocrazia Siciliana, non esigendo mai forzatamente tributi dai nobili dell'isola ma solo rivolto loro dei cortesi inviti a contribuire nell'interesse comune del Regno Siciliano. Dunque in Sicilia il potere Regio doveva intendersi ripartito tra i discenti ed aventi causa di Ruggero e l'aristocrazia Siciliana, una diarchia.

La storia però narrata dal libro di Vella era in totale opposizione con questa visione dei rapporti tra Normanni e aristocratici siciliani perché descriveva l'assenza di aristocratici in Sicilia prima dell'arrivo del Conte Ruggero.

Nel testo invece scritto dall'Arcivescovo Airoldi, il codice Arabo, qua e là si faceva invece cenno della presenza di nobili uomini siciliani e alla esistenza di Consigli composti esclusivamente da persone notabili, diverse dal ceto dei grandi proprietari e delle gerarchie religiose.

Nel processo contro Vella il giudice fu proprio l'Arcivescovo Airoldi.
Un ecclesiastico giudicava un altro ecclesiastico come era di regola a quel tempo, niente di strano sotto l'aspetto processuale, molto strano sotto l'aspetto dell'opportunità.

Il processo si concluse con la condanna del Vella a una dozzina di anni di carcere che però egli non scontò in carcere ma in una villa. Ciò che gli era stato sequestrato gli venne restituito dopo la condanna.

Vella durante il processo confessò di avere falsificato il codice Normanno e forse per questo la sua condanna o l'esecuzione della pena fu più mite. Del resto il consulente del giudice Airoldi fu esplicito nel dire che il testo era corrotto in ogni sua pagina, in ogni sua riga ed ogni sua parola. Non aveva scampo. Mai ammise invece di avere manipolato il codice Martiniano.

La traduzione del manoscritto Martiniano, una delle fonti anzi la fonte principale del libro scritto dall'Arcivescovo Airoldi, aveva invece ricevuto una specie di certificato di veridicità dal più eminente studioso europeo di lingua e cultura islamica dell'epoca: Tychsen Olao Gerardo. Ed Airoldi aveva pure consultato degli studiosi Islamici in Marocco, uno dei più importanti centri di Cultura Islamica nonché sede di una antichissima e prestigiosa Università con i quali aveva confrontato copie degli stessi documenti ed ottenuto ulteriori documenti.
Tutto il suo libro è zeppo di note nelle quali confronta le fonti disponibili con il testo tradotto.

Come accade sempre i documenti hanno valore per la storiografia se hanno riscontri con altre fonti letterarie o materiali. E il testo di Airoldi ne ha moltissimi. Certo, in alcune parti è lacunoso, in altre  non ha confronto possibile con altre fonti. Come accade per tutte le fonti storiografiche.

È molto ricco invece di avvenimenti minori  e di un minuto quadro socio economico che mal si accordano con un intento letterario storiografico fraudolento. Perchè parlare falsamente di Licata, Mirabella Imbaccari, ed altri piccoli e piccolissimi centri abitati del tutto ininfluenti sulle vicende politiche, economiche e culturali degli Arabi in Sicilia?

Nonostante ci fossero ottimi argomenti per considerare il testo di Airoldi semplicemente come una delle fonti esistenti in numerose lingue, quindi oggetto di studio critico, confronto ed approfondimento, nonostante non contenesse nulla di nuovo sugli avvenimenti più importanti, fu bollato come falso da gran parte della letteratura successiva.
Eppure il testo contiene informazioni che non potevano essere note al tempo della traduzione perché scoperte più tardi. Ma questa è un'altra faccenda. 

P. S. I tre tomi del codice diplomatico degli Arabi in Sicilia scritto dall'Arcivescovo Airoldi non vennero mai ritirati dalle Regie Biblioteche del Regno delle due Sicilie né dall'autore, né dalle Autorità Regie. Mai il suo autore lo emendò o ne disconobbe la paternità letteraria. 
Del codice Normanno dell'Abate Vella invece non c'è traccia nelle biblioteche dell'ex Regno delle Due Sicilie, una copia di uno dei tomi, forse  l'unica, per quel che ne so è nella biblioteca di Vienna.

























mercoledì 13 marzo 2019

La peste a Piazza

E' l' 844 D.C., il Grande Emiro di Palermo viene informato da una lettera che un morbo pestilenziale sta colpendo Piazza (Blatea) e Caltagirone, mietendo ogni giorno numerosissime vite.

A scrivergli è un suo valoroso subordinato, lo stesso che più di un decennio prima ha conquistato in un paio di mesi  Riesi, Mazzarino, Piazza, Mirabella Imbaccari, Caltagirone, Mineo e Vizzini suscitando ammirazione anche tra gli alti comandi in Africa per le tattiche usate con le poche forze a disposizione.

Gli scrive anche che il morbo si sta estendendo e che i primi morti sono contati anche a Licata, città dove egli stesso si trova e lo avverte che bisogna immediatamente prendere provvedimenti altrimenti tutta la Sicilia sarà infetta.

Il Grande Emiro gli risponde e gli raccomanda innanzitutto di mettersi al sicuro e cambiare località se a Licata le cose dovessero peggiorare ma di non lasciare il territorio governato. Gli scrive di dare ordine agli abitanti delle zone infette di non lasciare le proprie città e di passare per le armi chiunque disubbidisca agli ordini. Aggiunge che i morti non andranno seppelliti ma bruciati e nel fuoco si dovrà mettere dello zolfo, per purificare l'aria. Infine gli fa sapere che sta per inviare 15 mila uomini per isolare le zone infette e formare così un cordone sanitario che impedisca l'estensione del contagio alle parti della Sicilia non ancora contaminate.

Della pestilenza in corso il Grande Emiro di Palermo informa i suoi superiori in Africa. E' preoccupatissimo che la conquista dell'intera Sicilia possa essere compromessa dall'epidemia di peste.

6 / 12 mesi dopo, nell' 845 D.C., il governatore di Piazza comunica al Grande Emiro di Palermo che le morti per peste sono cessate a Piazza e Caltagirone. Gli dice anche che oltre a bruciare i morti con lo zolfo ha fatto bruciare lo zolfo in città in continuazione. Ha contato i morti, solo a Caltagirone e Piazza ci sono stati 17 mila morti.

In totale i morti contati saranno 28 mila tra Piazza, Caltagirone ed il resto del distretto, compresa Licata.
Durante l'epidemia l'Emiro di Licata ha lasciato la città ed è andato in una località ad 8 miglia di distanza da Piazza.



Tratto da:Codice diplomatico di Sicilia sotto il Governo degli Arabi pubblicato per opera e studio di Alfonso Airoldi arcivescovo di Eraclea, giudice dell'apostolica legazione, e della regia monarchia nel Regno di Sicilia. Tomo primo. 

Edito dalla REALE STAMPERIA nel MDCCLXXXIX a Palermo. 


Una nota di approfondimento sull'autenticità del testo, del 3 Marzo 2020.

L'autore è l'Arcivescovo Airoldi, una persona coltissima di quel tempo. Comincia ad appassionarsi agli studi sugli Arabi in Sicilia dopo aver conosciuto l' Abate Vella. 

L'Abate  Giuseppe Vella fu un sacerdote Palermitano che in breve divenne famoso in tutta Europa e fu considerato per qualche tempo uno dei massimi esperti di studi islamici. Così tanto apprezzato da ottenere persino una Cattedra all'Università di Palermo.

L' Abate Vella a spese dell'erario del Regno Borbonico pubblicò un suo testo sui Normanni al tempo della guerra in Sicilia contro (e insieme) gli Arabi. Si trattava a suo dire di una traduzione dall'arabo di documenti da lui rinvenuti.

Il testo pubblicato dall'Abate Vella, il codice dei Normanni,  suscitò enormi polemiche e risentimenti da parte dell'aristocrazia Siciliana. Tante e tali da scaturirne un processo. Un processo "tributario" per avere egli fatto cattivo ed illecito uso del denaro pubblico che era servito per la costosa pubblicazione dell'opera.

A fare infuriare gli aristocratici siciliani fu l'idea resa nel libro che l'aristocrazia Siciliana fosse nata con l'arrivo dei Normanni in Sicilia. Non era un particolare di poco conto perché esisteva un contenzioso legale che oggi definiremmo costituzionale tra gli aristocratici siciliani e la famiglia regnante dei Borbone.

I Nobili siciliani sostenevano che Ruggero avesse chiesto ed ottenuto aiuto per occupare l'isola proprio all'aristocrazia Siciliana e senza l'appoggio della nobiltà Siciliana l'impresa non avrebbe avuto successo e Ruggero non sarebbe mai diventato re. Diventato Re di Sicilia Ruggero aveva sempre ritenuto di pari rango politico l'aristocrazia Siciliana, non esigendo mai forzatamente tributi dai nobili dell'isola ma solo rivolto loro dei cortesi inviti a contribuire nell'interesse comune del Regno Siciliano. Dunque in Sicilia il potere Regio doveva intendersi ripartito tra i discenti ed aventi causa di Ruggero e l'aristocrazia Siciliana, una diarchia.

La storia però narrata dal libro di Vella era in totale opposizione con questa visione dei rapporti tra Normanni e aristocratici siciliani perché descriveva l'assenza di aristocratici in Sicilia prima dell'arrivo del Conte Ruggero.

Nel testo invece scritto dall'Arcivescovo Airoldi, il codice Arabo, qua e là si faceva invece cenno della presenza di nobili uomini siciliani e alla esistenza di Consigli composti esclusivamente da persone notabili, diverse dal ceto dei grandi proprietari e delle gerarchie religiose.

Nel processo contro Vella il giudice fu proprio l'Arcivescovo Airoldi.
Un ecclesiastico giudicava un altro ecclesiastico come era di regola a quel tempo, niente di strano sotto l'aspetto processuale, molto strano sotto l'aspetto dell'opportunità.

Il processo si concluse con la condanna del Vella a una dozzina di anni di carcere che però egli non scontò in carcere ma in una villa. Ciò che gli era stato sequestrato gli venne restituito dopo la condanna.

Vella durante il processo confessò di avere falsificato il codice Normanno e forse per questo la sua condanna o l'esecuzione della pena fu più mite. Del resto il consulente del giudice Airoldi fu esplicito nel dire che il testo era corrotto in ogni sua pagina, in ogni sua riga ed ogni sua parola. Non aveva scampo. Mai ammise invece di avere manipolato il codice Martiniano.

La traduzione del manoscritto Martiniano, una delle fonti anzi la fonte principale del libro scritto dall'Arcivescovo Airoldi, aveva invece ricevuto una specie di certificato di veridicità dal più eminente studioso europeo di lingua e cultura islamica dell'epoca: Tychsen Olao Gerardo. Ed Airoldi aveva pure consultato degli studiosi Islamici in Marocco, uno dei più importanti centri di Cultura Islamica nonché sede di una antichissima e prestigiosa Università con i quali aveva confrontato copie degli stessi documenti ed ottenuto ulteriori documenti.
Tutto il suo libro è zeppo di note nelle quali confronta le fonti disponibili con il testo tradotto.

Come accade sempre i documenti hanno valore per la storiografia se hanno riscontri con altre fonti letterarie o materiali. E il testo di Airoldi ne ha moltissimi. Certo, in alcune parti è lacunoso, in altre  non ha confronto possibile con altre fonti. Come accade per tutte le fonti storiografiche.

È molto ricco invece di avvenimenti minori  e di un minuto quadro socio economico che mal si accordano con un intento letterario storiografico fraudolento. Perchè parlare falsamente di Licata, Mirabella Imbaccari, ed altri piccoli e piccolissimi centri abitati del tutto ininfluenti sulle vicende politiche, economiche e culturali degli Arabi in Sicilia?

Nonostante ci fossero ottimi argomenti per considerare il testo di Airoldi semplicemente come una delle fonti esistenti in numerose lingue, quindi oggetto di studio critico, confronto ed approfondimento, nonostante non contenesse nulla di nuovo sugli avvenimenti più importanti, fu bollato come falso da gran parte della letteratura successiva.
Eppure il testo contiene informazioni che non potevano essere note al tempo della traduzione perché scoperte più tardi. Ma questa è un'altra faccenda. 

P. S. I tre tomi del codice diplomatico degli Arabi in Sicilia scritto dall'Arcivescovo Airoldi non vennero mai ritirati dalle Regie Biblioteche del Regno delle due Sicilie né dall'autore, né dalle Autorità Regie. Mai il suo autore lo emendò o ne disconobbe la paternità letteraria. 
Del codice Normanno dell'Abate Vella invece non c'è traccia nelle biblioteche dell'ex Regno delle Due Sicilie, una copia di uno dei tomi, forse  l'unica, per quel che ne so è nella biblioteca di Vienna.




lunedì 4 marzo 2019

Gli Arabi conquistano Piazza Armerina

La città di Blatea è abitata da gente Siciliana e gente Greca, siamo nell'anno 216 dell'Era di Maometto, grosso modo nella primavera dell'831 D.C.
Da Mazzarino qualche giorno prima conquistata dagli Arabi continua la spedizione militare per occupare la Sicilia, si circonda la Città di Piazza Armerina per assediarla.

I responsabili militari hanno avuto qualche perplessità prima di decidere se assaltarla direttamente o  assediarla e costringere alla resa la gente Greca che è dichiaratamente nemica degli Arabi.

L'idea che prevale è quella dell'assedio, per due ragioni: 1) la città di Blatea è assai grande ed ha un grande castello, l'assalto di un castello così ampio provocherebbe molte perdite agli Arabi che non hanno uno schieramento abbastanza grande e non hanno rinforzi in arrivo a breve; 2) la gente Siciliana di Blatea dovrà per forza di cose occuparsi dei lavori ai suoi terreni agricoli perchè le scorte alimentari dell'anno precedente sono finite, sará dunque costretta a lavorare i campi ed a mietere il raccolto. Se non potrà farlo perchè impedita dall'assedio, si rivolterà contro la gente Greca che resiste e che è nemica degli Arabi.

Il piano è quindi di sabotare tutti gli acquedotti che portano l'acqua in città ed impedire alla gente  di Blatea di andare verso i campi seminati, di non ucciderla, ma di catturarla e portarla davanti al comandante.

Gli Arabi si accampano a tre miglia dalla città di Blatea, si riposano e il giorno successivo circondano la Città disponendosi ad un quarto d'ora di cammino da essa.

Due giorni dopo vengono catturate 7 persone di Blatea che tentano di raggiungere i campi seminati. Il comandante Arabo li interroga ed ottiene da loro informazioni sulla quantità di gente Greca presente a Blatea. Li rilascia dopo aver dato loro da mangiare e non averli in alcun modo maltrattati. Affida loro un messaggio da riferire alla gente Siciliana: gli Arabi non hanno nessuna intenzione di nuocere alla gente Siciliana e la gente Siciliana sarà consolata per quello che patisce.

All'alba del giorno successivo si presentano più di 300 abitanti di Blatea davanti al comandante Arabo. Vengono a riferire che vogliono ubbidire agli Arabi e non alla gente Greca.

Il comandante Arabo ribadisce che non torcerà loro un capello e che li lascerà proprietari di tutti i loro beni: i terreni, le case, il bestiame, la loro roba ed oltre a questo verranno remunerati. A questo punto i 300 di Blatea dicono di voler parlare con gli eminenti uomini di Blatea (una specie di consiglio formato da 40 persone) di volere introdursi nel castello, fare strage della gente Greca e liberare il castello di Blatea. A cose fatte l'esercito Arabo potrà entrare nella città di Blatea senza perdite.

Il comando Arabo ordina di togliere l'assedio alla città e nella notte di due/tre giorni dopo il castello di Blatea è in mano alla gente Siciliana, tutta la gente Greca che vi era è stata uccisa. Ed il mattino seguente il Consiglio dei 40 eminenti della città e la popolazione di Blatea si reca festosamente dal comandante Arabo e lo accompagna in città insieme a tutto l'esercito.

Il comandante prende possesso del castello, si riposa, e fa il giro nella città di Blatea. La trova molto bella e ricca di alberi.

Tutta la roba dei Greci uccisi viene divisa a metà, una metà ai 40 Consiglieri di Blatea, l'altra metà agli Arabi. Si trovò molto oro ed argento, che venne trattenuto dagli Arabi, e molto rame che fu diviso tra Arabi e gli abitanti di Blatea.  Il comandante diede ordine di riparare i danni al castello di Blatea.

Tratto da:Codice diplomatico di Sicilia sotto il governo degli arabi pubblicato per opera e studio di Alfonso Airoldi arcivescovo di Eraclea, giudice dell'apostolica legazione, e della regia monarchia nel Regno di Sicilia. Tomo primo.

L'autore è l'Arcivescovo Airoldi, una persona coltissima di quel tempo. Comincia ad appassionarsi agli studi sugli Arabi in Sicilia dopo aver conosciuto l' Abate Vella. 

L'Abate  Giuseppe Vella fu un sacerdote Palermitano che in breve divenne famoso in tutta Europa e fu considerato per qualche tempo uno dei massimi esperti di studi islamici. Così tanto apprezzato da ottenere persino una Cattedra all'Università di Palermo.

L' Abate Vella a spese dell'erario del Regno Borbonico pubblicò un suo testo sui Normanni al tempo della guerra in Sicilia contro (e insieme) gli Arabi. Si trattava a suo dire di una traduzione dall'arabo di documenti da lui rinvenuti.

Il testo pubblicato dall'Abate Vella, il codice dei Normanni,  suscitò enormi polemiche e risentimenti da parte dell'aristocrazia Siciliana. Tante e tali da scaturirne un processo. Un processo "tributario" per avere egli fatto cattivo ed illecito uso del denaro pubblico che era servito per la costosa pubblicazione dell'opera.

A fare infuriare gli aristocratici siciliani fu l'idea resa nel libro che l'aristocrazia Siciliana fosse nata con l'arrivo dei Normanni in Sicilia. Non era un particolare di poco conto perché esisteva un contenzioso legale che oggi definiremmo costituzionale tra gli aristocratici siciliani e la famiglia regnante dei Borbone.

I Nobili siciliani sostenevano che Ruggero avesse chiesto ed ottenuto aiuto per occupare l'isola proprio all'aristocrazia Siciliana e senza l'appoggio della nobiltà Siciliana l'impresa non avrebbe avuto successo e Ruggero non sarebbe mai diventato re. Diventato Re di Sicilia Ruggero aveva sempre ritenuto di pari rango politico l'aristocrazia Siciliana, non esigendo mai forzatamente tributi dai nobili dell'isola ma solo rivolto loro dei cortesi inviti a contribuire nell'interesse comune del Regno Siciliano. Dunque in Sicilia il potere Regio doveva intendersi ripartito tra i discenti ed aventi causa di Ruggero e l'aristocrazia Siciliana, una diarchia.

La storia però narrata dal libro di Vella era in totale opposizione con questa visione dei rapporti tra Normanni e aristocratici siciliani perché descriveva l'assenza di aristocratici in Sicilia prima dell'arrivo del Conte Ruggero.

Nel testo invece scritto dall'Arcivescovo Airoldi, il codice Arabo, qua e là si faceva invece cenno della presenza di nobili uomini siciliani e alla esistenza di Consigli composti esclusivamente da persone notabili, diverse dal ceto dei grandi proprietari e delle gerarchie religiose.

Nel processo contro Vella il giudice fu proprio l'Arcivescovo Airoldi.
Un ecclesiastico giudicava un altro ecclesiastico come era di regola a quel tempo, niente di strano sotto l'aspetto processuale, molto strano sotto l'aspetto dell'opportunità.

Il processo si concluse con la condanna del Vella a una dozzina di anni di carcere che però egli non scontò in carcere ma in una villa. Ciò che gli era stato sequestrato gli venne restituito dopo la condanna.

Vella durante il processo confessò di avere falsificato il codice Normanno e forse per questo la sua condanna o l'esecuzione della pena fu più mite. Del resto il consulente del giudice Airoldi fu esplicito nel dire che il testo era corrotto in ogni sua pagina, in ogni sua riga ed ogni sua parola. Non aveva scampo. Mai ammise invece di avere manipolato il codice Martiniano.

La traduzione del manoscritto Martiniano, una delle fonti anzi la fonte principale del libro scritto dall'Arcivescovo Airoldi, aveva invece ricevuto una specie di certificato di veridicità dal più eminente studioso europeo di lingua e cultura islamica dell'epoca: Tychsen Olao Gerardo. Ed Airoldi aveva pure consultato degli studiosi Islamici in Marocco, uno dei più importanti centri di Cultura Islamica nonché sede di una antichissima e prestigiosa Università con i quali aveva confrontato copie degli stessi documenti ed ottenuto ulteriori documenti.
Tutto il suo libro è zeppo di note nelle quali confronta le fonti disponibili con il testo tradotto.

Come accade sempre i documenti hanno valore per la storiografia se hanno riscontri con altre fonti letterarie o materiali. E il testo di Airoldi ne ha moltissimi. Certo, in alcune parti è lacunoso, in altre  non ha confronto possibile con altre fonti. Come accade per tutte le fonti storiografiche.

È molto ricco invece di avvenimenti minori  e di un minuto quadro socio economico che mal si accordano con un intento letterario storiografico fraudolento. Perchè parlare falsamente di Licata, Mirabella Imbaccari, ed altri piccoli e piccolissimi centri abitati del tutto ininfluenti sulle vicende politiche, economiche e culturali degli Arabi in Sicilia?

Nonostante ci fossero ottimi argomenti per considerare il testo di Airoldi semplicemente come una delle fonti esistenti in numerose lingue, quindi oggetto di studio critico, confronto ed approfondimento, nonostante non contenesse nulla di nuovo sugli avvenimenti più importanti, fu bollato come falso da gran parte della letteratura successiva.
Eppure il testo contiene informazioni che non potevano essere note al tempo della traduzione perché scoperte più tardi. Ma questa è un'altra faccenda. 

P. S. I tre tomi del codice diplomatico degli Arabi in Sicilia scritto dall'Arcivescovo Airoldi non vennero mai ritirati dalle Regie Biblioteche del Regno delle due Sicilie né dall'autore, né dalle Autorità Regie. Mai il suo autore lo emendò o ne disconobbe la paternità letteraria. 
Del codice Normanno dell'Abate Vella invece non c'è traccia nelle biblioteche dell'ex Regno delle Due Sicilie, una copia di uno dei tomi, forse  l'unica, per quel che ne so è nella biblioteca di Vienna.










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