giovedì 14 marzo 2019

Mai sfottere un potente di Enna

Al Grande Emiro di Palermo arriva una strana lettera. E' il 986 D.C., gli scrive l'Emiro di Enna che gli dice che vuole andarsene da Enna, vuole essere sostituito e mandato altrove a governare e se del caso anche non governare più da nessuna parte.

Il motivo- gli dice- è che in Città non ha più autorità. I suoi ordini non vengono eseguiti e neppure i suoi castighi vengono espiati. Non solo, aggiunge che lo sfottono per strada, la gente non lo saluta e lo guarda storto. E gli cantano delle canzoncine, dei cori di sfottò, persino i ragazzini oltre agli adulti. Non è decoroso, sostiene.

Non ti muovere da lì, gli risponde il Grande Emiro responsabile di tutta la Sicilia. Cosa credi che non sfottano anche me? Non dar peso alla cosa, fai il sordo, fingi di non sentire. Non posso sostituirti, sei una brava persona, su di te niente da dire, nessuno si è mai lamentato del modo in cui governi la città di Enna. E poi se io ti sostituissi passerebbe il messaggio che basta una canzone per far cadere un governo, e la cosa avrebbe grandi ripercussioni ed epigoni dappertutto. E anzi fai una cosa, cerca di capire meglio da dove partono queste diffamazioni, queste ingiurie, e nel frattempo resisti e fai punire dal Kadì chi ti disubbidisce.

La risposta dell'emiro Ennese è: guarda che qui la cosa sta peggiorando, ci sono riunioni segrete dei Grandi di Enna e gran parte del popolo è con loro.  Ti obbedisco e resto dove sono ma se io dovessi far dare castigo a qualcuno, o non sarei obbedito o se il castigo fosse dato ci sarebbe una ribellione popolare e non avrei scampo. Ma poco mi importerebbe della mia vita, il male peggiore sarebbe la fine dell'autorità su una delle città più grandi della Sicilia. La gente si ribellerebbe a causa mia. Io non faccio troppo caso ai cori di sfottò che cantano contro di me, mi preoccupo del fatto che nessuno ubbidisce più. Quindi ti imploro di sostituirmi, così la gente si calmerà e non scoppieranno rivolte.

E il Grande Emiro gli risponde che ha sottoposto per una seconda volta la faccenda al gran Consiglio, lì a Palermo. La decisione è questa, insieme a questa lettera ti mando 5000 soldati, chiunque non ti ubbidisca fallo passare per le armi. Continua le tue indagini su chi alimenta questo sentimento di indipendenza dai tuoi ordini, fallo catturare e mandalo qui a Palermo. Inoltre in caso di ribellione ricorda agli Ennesi che tutta la città verrà incendiata. Fai leggere questa lettera in pubblico.

Che succede con la lettura in pubblico delle tremende parole del Grande Emiro?  E in quale luogo pubblico viene letta? [Io che traggo ciò che scrivo dalla lettura dei documenti mi faccio l'idea razionale che il luogo migliore è la piazza innanzi al Castello di Lombardia, ma nella testa mi balena l'idea di Piazza Vittorio Emanuele, lungo la Via Roma. Lì c'è un palazzo da dove molti emiri neo moderni si sono affacciati o hanno sbirciato dai vetri per controllare comizi e campagne elettorali. Ma la mia è una supposizione che si nutre di cattiveria, bonaria ovviamente].

Insomma il Muftì che legge la lettera in pubblico riferisce che i ricchi Ennesi presenti impallidiscono. E cominciano a cantare in privato.

In effetti non si tratta di umorismo,  ironia, sarcasmo più o meno innato tra gli Ennesi e i Siciliani in genere. Se nessuno, soprattutto se ricco, è vessato oltre misura, o privato di cose e libertà seppur limitate, perchè mai dovrebbe essere così protervo nell'accanirsi nel sarcasmo contro chi governa?

La faccenda è semplice. C'è un Emiro, quello di Milazzo, che vuole prendere il posto del suo collega Ennese. Ed è lui che organizza la campagna mediatica ma senza media contro l'Ennese suo pari. La campagna diffamatoria parte da lì, per suscitare i risentimenti popolari che porteranno alla destituzione con le buone o con le cattive dell'Emiro Ennese. [Questa la spiegazione ufficiale. Ma come fa ad essere certo che sarà proprio lui a sostituire l'Ennese? Non sarà che già ci sono enormi divisioni all'interno del mondo Arabo in Sicilia, che relativamente presto porteranno alla sconfitta, celate nell'epistolario ufficiale per dissimulare una verità scomoda di uno scontro tra bande rivali? Gli stessi documenti parlano di altri Emiri fatti fuori con cattive maniere. Altra cattiveria, non bonaria].

L'Emiro di Enna non ci crede, non crede al complotto politico.

Due del novero dei ricchi Ennesi mezz'ora  dopo la lettura pubblica vengono portati dal Muftì davanti all'Emiro a testimoniare. Giurano sulla loro testa che il complotto è partito dall'Emiro di Milazzo. In quei tempi la testa si perde con facilità per averci spergiurato sopra.

L'Emiro promette che non gli farà del male e li manda a Palermo scortati da 10 cavalieri.

Il super Emiro di Palermo appresa la cosa manda una lettera all'Emiro di Milazzo il cui tenore è all'incirca si prega la S. V. Ill.ma di recarsi a Palermo per comunicazioni che La riguardano.

E non appena l'infelice arriva a Palermo [magari pensando che è arrivata l'ora della sostituzione dell'Emiro Ennese] finisce ai ceppi e in cella.  Sarà  interrogato davanti al Gran Consiglio al completo. Confesserà, ammetterà e chiederà scusa perchè queste cose non si fanno [cercherà di salvare almeno la testa se non l'onore]. D'altra parte non ha scampo perchè ha inviato delle lettere ai due ricchi Ennesi, istigandoli alla congiura. Lettere che qualche giorno dopo saranno nelle mani del Gran Consiglio che lo interrogherà, lettere che i due ricchi Ennesi canterini faranno avere al Gran Consiglio.

E nel frattempo ad Enna l'Emiro ha la bella sorpresa di rivedere il sorriso ed il saluto dei suoi sudditi, con manifestazioni di allegrezza, finiscono i cori di sfottò [e suppongo gli spernacchiamenti così tanto meridionali taciuti per pudore dai documenti] e torna l'obbedienza.

Dopo l'interrogatorio dell'Emiro di Milazzo che ammette pure la paternità delle lettere, il Consiglio delibera il da farsi. Una lunga discussione. Non meriterebbe la morte, perchè non era in sé, tuttavia merita la morte perchè altrimenti ognuno che esce di senno farebbe uscire pazzi anche gli altri, rovinando il popolo. [La motivazione è un po' scarsa e contraddittoria ma è questa]. L'Emiro verrà decapitato davanti al Consiglio, il suo corpo spedito ad Enna e lì seppellito in una Moschea (ci mancherebbe). Ah, la testa, la testa messa pure nella cassa  spedita ad Enna ma per essere mostrata in pubblico al popolo Ennese, così, per non dimenticare.



Tratto da:Codice diplomatico di Sicilia sotto il Governo degli Arabi pubblicato per opera e studio di Alfonso Airoldi arcivescovo di Eraclea, giudice dell'apostolica legazione, e della regia monarchia nel Regno di Sicilia.


























mercoledì 13 marzo 2019

La peste a Piazza

E' l' 844 D.C., il Grande Emiro di Palermo viene informato da una lettera che un morbo pestilenziale sta colpendo Piazza (Blatea) e Caltagirone, mietendo ogni giorno numerosissime vite.

A scrivergli è un suo valoroso subordinato, lo stesso che più di un decennio prima ha conquistato in un paio di mesi  Riesi, Mazzarino, Piazza, Mirabella Imbaccari, Caltagirone, Mineo e Vizzini suscitando ammirazione anche tra gli alti comandi in Africa per le tattiche usate con le poche forze a disposizione.

Gli scrive anche che il morbo si sta estendendo e che i primi morti sono contati anche a Licata, città dove egli stesso si trova e lo avverte che bisogna immediatamente prendere provvedimenti altrimenti tutta la Sicilia sarà infetta.

Il Grande Emiro gli risponde e gli raccomanda innanzitutto di mettersi al sicuro e cambiare località se a Licata le cose dovessero peggiorare ma di non lasciare il territorio governato. Gli scrive di dare ordine agli abitanti delle zone infette di non lasciare le proprie città e di passare per le armi chiunque disubbidisca agli ordini. Aggiunge che i morti non andranno seppelliti ma bruciati e nel fuoco si dovrà mettere dello zolfo, per purificare l'aria. Infine gli fa sapere che sta per inviare 15 mila uomini per isolare le zone infette per formare un cordone sanitario che impedisca l'estensione del contagio alle parti della Sicilia non ancora contaminate.

Della pestilenza in corso il Grande Emiro di Palermo informa i suoi superiori in Africa. E' preoccupatissimo che la conquista dell'intera Sicilia possa essere compromessa dall'epidemia di peste.

6 / 12 mesi dopo, nell' 845 D.C., il governatore di Piazza comunica al Grande Emiro di Palermo che le morti per peste sono cessate a Piazza e Caltagirone. Gli dice anche che oltre a bruciare i morti con lo zolfo ha fatto bruciare lo zolfo in città in continuazione. Ha contato i morti, solo a Caltagirone e Piazza ci sono stati 17 mila morti.

In totale i morti contati saranno 28 mila tra Piazza, Caltagirone ed il resto del distretto, compresa Licata.
Durante l'epidemia l'Emiro di Licata ha lasciato la città ed è andato in una località ad 8 miglia di distanza da Piazza.



Tratto da:Codice diplomatico di Sicilia sotto il Governo degli Arabi pubblicato per opera e studio di Alfonso Airoldi arcivescovo di Eraclea, giudice dell'apostolica legazione, e della regia monarchia nel Regno di Sicilia. Tomo primo.






lunedì 4 marzo 2019

Gli Arabi conquistano Piazza Armerina

La città di Blatea è abitata da gente Siciliana e gente Greca, siamo nell'anno 216 dell'Era di Maometto, grosso modo nella primavera dell'831 D.C.
Da Mazzarino qualche giorno prima conquistata dagli Arabi continua la spedizione militare per occupare la Sicilia, si circonda la Città di Piazza Armerina per assediarla.

I responsabili militari hanno avuto qualche perplessità prima di decidere se assaltarla direttamente o  assediarla e costringere alla resa la gente Greca che è dichiaratamente nemica degli Arabi.

L'idea che prevale è quella dell'assedio, per due ragioni: 1) la città di Blatea è assai grande ed ha un grande castello, l'assalto di un castello così ampio provocherebbe molte perdite agli Arabi che non hanno uno schieramento abbastanza grande e non hanno rinforzi in arrivo a breve; 2) la gente Siciliana di Blatea dovrà per forza di cose occuparsi dei lavori ai suoi terreni agricoli perchè le scorte alimentari dell'anno precedente sono finite, sará dunque costretta a lavorare i campi ed a mietere il raccolto. Se non potrà farlo perchè impedita dall'assedio, si rivolterà contro la gente Greca che resiste e che è nemica degli Arabi.

Il piano è quindi di sabotare tutti gli acquedotti che portano l'acqua in città ed impedire alla gente  di Blatea di andare verso i campi seminati, di non ucciderla, ma di catturarla e portarla davanti al comandante.

Gli Arabi si accampano a tre miglia dalla città di Blatea, si riposano e il giorno successivo circondano la Città disponendosi ad un quarto d'ora di cammino da essa.

Due giorni dopo vengono catturate 7 persone di Blatea che tentano di raggiungere i campi seminati. Il comandante Arabo li interroga ed ottiene da loro informazioni sulla quantità di gente Greca presente a Blatea. Li rilascia dopo aver dato loro da mangiare e non averli in alcun modo maltrattati. Affida loro un messaggio da riferire alla gente Siciliana: gli Arabi non hanno nessuna intenzione di nuocere alla gente Siciliana e la gente Siciliana sarà consolata per quello che patisce.

All'alba del giorno successivo si presentano più di 300 abitanti di Blatea davanti al comandante Arabo. Vengono a riferire che vogliono ubbidire agli Arabi e non alla gente Greca.

Il comandante Arabo ribadisce che non torcerà loro un capello e che li lascerà proprietari di tutti i loro beni: i terreni, le case, il bestiame, la loro roba ed oltre a questo verranno remunerati. A questo punto i 300 di Blatea dicono di voler parlare con gli eminenti uomini di Blatea (una specie di consiglio formato da 40 persone) di volere introdursi nel castello, fare strage della gente Greca e liberare il castello di Blatea. A cose fatte l'esercito Arabo potrà entrare nella città di Blatea senza perdite.

Il comando Arabo ordina di togliere l'assedio alla città e nella notte di due/tre giorni dopo il castello di Blatea è in mano alla gente Siciliana, tutta la gente Greca che vi era è stata uccisa. Ed il mattino seguente il Consiglio dei 40 eminenti della città e la popolazione di Blatea si reca festosamente dal comandante Arabo e lo accompagna in città insieme a tutto l'esercito.

Il comandante prende possesso del castello, si riposa, e fa il giro nella città di Blatea. La trova molto bella e ricca di alberi.

Tutta la roba dei Greci uccisi viene divisa a metà, una metà ai 40 Consiglieri di Blatea, l'altra metà agli Arabi. Si trovò molto oro ed argento, che venne trattenuto dagli Arabi, e molto rame che fu diviso tra Arabi e gli abitanti di Blatea.  Il comandante diede ordine di riparare i danni al castello di Blatea.

Tratto da:Codice diplomatico di Sicilia sotto il governo degli arabi pubblicato per opera e studio di Alfonso Airoldi arcivescovo di Eraclea, giudice dell'apostolica legazione, e della regia monarchia nel Regno di Sicilia. Tomo primo.











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