giovedì 22 ottobre 2009

Lodo Schifani e lodo Alfano

Che ha detto nel 2004 la Corte sul “lodo Schifani”:
1. l'istituto della sospensione del processo penale c'è già nel nostro ordinamento giuridico e serve a realizzare le condizioni perché il processo penale abbia svolgimento ed esito regolari;
2. il sereno svolgimento delle funzioni delle alte cariche dello Stato è un interesse apprezzabile e può essere tutelato ma in armonia con i principi dell'ordinamento. Si tratta in definitiva della protezione della funzione;
3. anche l'idea che l'esercizio di alte cariche dello Stato possa costituire un legittimo impedimento dell'imputato a comparire in udienza si traduce di fatto nella protezione della funzione;
4. il lodo Schifani è una sospensione del processo penale, una sospensione che è generale, automatica e di durata indeterminata:
1. è generale perché riguarda tutti gli ipotizzabili reati, in qualunque epoca commessi, ed extra funzionali (cioè non legati alla carica istituzionale ricoperta);
2. è automatica perché non distingue tra diverse ipotesi di imputazione e tra diversi stati e gradi o fasi del procedimento;
3. è di durata indeterminata perché non tiene conto della reiterabilità degli incarichi, e quindi non è possibile stabilirne un termine.
5. In questo modo, dice la Corte, si crea un regime penale differenziato. Di per sé un regime penale differenziato non è in contrasto con l'articolo 3 della Costituzione, perché in situazioni uguali valgono regole uguali, ma in situazioni differenti possono valere regole differenti. Ma, ci dice la Corte, un regime penale differenziato può esserci nel nostro ordinamento purché si tenga conto del livello dei valori da comprimere. In questo caso, nel caso del lodo Schifani, il livello dei valori da comprimere è quello dei valori fondamentali.
A) Fondamentale è infatti nella formazione dello Stato di diritto il principio della parità di trattamento;
B) fondamentale è il diritto di difesa dell'imputato che in questo caso viene menomato dovendo egli scegliere tra continuare a esercitare la sua carica anche di fronte a una imputazione grave ed infamante oppure dimettersi rinunciando così ad un diritto costituzionalmente garantito (art. 51 Cost.);
C) fondamentale è infine è il diritto di difesa della parte civile che pur potendo trasferire l'azione in sede civile soggiace alla sospensione cui al comma 3 dell'art. 75 del codice di procedura penale.
La Corte inoltre osserva che è violato l'articolo 3 della Costituzione per irragionevolezza poiché non solo i presidenti delle alte cariche ma pure i componenti dell'organo rispettivo godono della stessa dignità; infine la Corte osserva che l'articolo 3 della costituzione è violato dalla legge Schifani per irragionevolezza anche rispetto alle immunità previste per i giudici della Corte Costituzionale da una legge costituzionale di cui la legge Schifani non tiene conto.

Quindi la Corte dice con chiarezza quali i limiti della legge censurata e più in generale quali i limiti del potere legislativo in materia di sospensione dei procedimenti penali delle alte cariche dello Stato.

Il successivo lodo Alfano, coglie solo in parte le critiche della Corte. Ad essere state accolte dal legislatore sono soltanto le osservazioni in materia di durata indeterminata della sospensione e del sacrificio del diritto della parte civile. Nulla su tutto il resto.

Il “lodo Alfano”, oltre a non raccogliere tutti i suggerimenti e tutte le censure della Corte Costituzionale, non coglie la sostanza delle critiche della Corte: una legge ordinaria seppur diretta a regolare casi speciali, non può incidere su diritti fondamentali costituzionalmente garantiti. Dice testualmente la Corte: “Da quanto detto emerge anzitutto che la misura predisposta dalla normativa censurata crea un regime differenziato riguardo all'esercizio della giurisdizione, in particolare di quella penale.
La constatazione di tale differenziazione non conduce di per sé all'affermazione del contrasto della norma con l'art. 3 della Costituzione. Il principio di eguaglianza comporta infatti che, se situazioni eguali esigono eguale disciplina, situazioni diverse possono implicare differenti normative. In tale seconda ipotesi, tuttavia, ha decisivo rilievo il livello che l'ordinamento attribuisce ai valori rispetto ai quali la connotazione di diversità può venire in considerazione. Nel caso in esame sono fondamentali i valori rispetto ai quali il legislatore ha ritenuto prevalente l'esigenza di protezione della serenità dello svolgimento delle attività connesse alle cariche in questione.”
la Corte in sostanza dice: puoi anche fare delle differenze tra cittadini ma fai attenzione: se devi incidere su valori fondamentali non puoi usare la legge ordinaria. Cioè l'esigenza di protezione delle alte cariche è un interesse apprezzabile da parte del legislatore ma non è un diritto fondamentale (costituzionalmente garantito) e non puoi quindi modificare o comprimere con una legge ordinaria quello che è stabilito come valore fondamentale dalla Costituzione.
Ora, se è comprensibile che un cittadino comune possa avere qualche incertezza nella valutazione del significato pratico della sentenza della Corte Costituzionale, non è affatto comprensibile che fior di giuristi a disposizione del Governo, e di quei partiti della maggioranza che sostengono quel Governo e degli Uffici della Presidenza della Repubblica, non abbiano capito il senso pratico della sentenza. Tanto più che il tipo di linguaggio usato dalla Corte è accessibile a partire dal livello di studenti universitari alle prese con il concetto di base della gerarchia delle fonti. Chiedete a uno studente di Giurisprudenza di primo anno: può un regolamento essere in contrasto con una legge ordinaria? Egli vi risponderà: mai. E provate a chiedergli dopo: può una legge ordinaria essere in contrasto con la Costituzione? Egli vi risponderà: mai. Il succo della questione è proprio questo: se la Corte ti dice che la legge detta “lodo Schifani” ha ritenuto prevalente l'esigenza di protezione della serenità dello svolgimento delle attività delle massime cariche dello Stato rispetto ai valori fondamentali, come puoi pensare che ritoccando qua e là la legge “lodo Schifani” puoi fare a meno di toccare valori fondamentali?
Il 19 ottobre 2009 sono state depositate le motivazioni della sentenza che ha bocciato invece il cosiddetto “lodo Alfano”. La sentenza è lunghissima perché lunghissime sono state le argomentazioni che le parti private e il Tribunale remittente hanno svolto. La Corte Costituzionale ha confermato punto per punto la sentenza precedente ed ha fornito anche qualche chiarimento. Ha spiegato perché non si era occupata direttamente della questione relativa al se la protezione delle alte cariche dello stato dovesse essere fatta con una legge ordinaria o con una legge costituzionale. Ed ha detto in proposito che sì è vero che nel dispositivo non era stato detto nulla ma nella motivazione della sentenza era spiegato il come e il perchè. Cioè aveva già spiegato che una modifica dei diritti fondamentali previsti dalla Costituzione non si può fare con legge ordinaria ma ci vuole una legge costituzionale. E su questo tema ha ritenuto di dovere fare una piccola lezione di diritto costituzionale. Si dice nella sentenza: certo che capita che il legislatore con una legge ordinaria si occupi di diritti fondamentali previsti dalla Costituzione. Ciò accade quando il potere legislativo (il Parlamento) applica per mezzo di una legge ordinaria un principio fondamentale previsto dalla Costituzione, lo rende così immediatamente operante nei processi. Quello che fa è coerente con la Costituzione. Ci sono decine di esempi in proposito e la Corte li elenca. Ad esempio, dice, la Costituzione prevede per i Ministri delle garanzie in materia di processo penale e una successiva legge ordinaria del Parlamento applicando quel principio indica i modi e i termini e le condizioni per procedere penalmente contro un Ministro; applica la Costituzione con una legge ordinaria, la rende concreta e non teorica. Una cosa è però applicare i valori fondamentali con una legge ordinaria e un' altra cosa è contraddirli, violarli, con legge ordinaria. E aggiunge, ci sono persino valori fondamentali e supremi che non possono essere né migliorati né peggiorati dal legislatore né con leggi ordinarie né con leggi costituzionali.
Con questa sentenza la Corte certifica che il testo Alfano ha raccolto solo una parte dei rilievi mossi con la prima sentenza. Ha trascurato i rilievi più pesanti, fingendo di ignorarli, ha insistito su questioni già decise in modo chiaro in precedenza, per esempio la questione della pari dignità dei Ministri rispetto al Presidente del Consiglio, e quella dei Parlamentari rispetto al Presidente della Camera. Ha negato che la nuova legge elettorale che obbliga a indicare la coalizione o il partito che dovrà governare sia una riforma costituzionale che stabilisca una preminenza del premier sul Governo stesso (come sostenevano gli avvocati di Berlusconi). Sono balle, ha detto. Una riforma di quel tipo può farla solo una legge costituzionale. La Corte ha pure ridicolizzato uno dei ritocchi fatti dalla legge Alfano alla precedente defunta legge Schifani. Con enfasi il Ministro Alfano in sede politica e con non minore fervore gli avvocati di Berlusconi davanti alla Corte avevano evidenziato che con il nuovo testo si dava una protezione ragionevole e temporanea alle alte cariche dello Stato stabilendo che la sospensione del processo non durasse per più di un mandato. La Corte ha osservato che se una carica dello Stato come il Presidente della Camera o del Senato o lo stesso Presidente del Consiglio venisse nominato intorno alla fine della legislatura, di fatto non avrebbe che qualche brevissimo periodo di protezione, mesi o settimane, mentre se venisse eletta all'inizio della legislatura la cosiddetta protezione durerebbe tutta la legislatura, 5 anni. Con una irragionevole discriminazione.
La polemica che è seguita alla notizia della pronuncia del dispositivo della sentenza, prima del deposito delle motivazioni, si è orientata prevalentemente su due poli: da una parte si è detto “hannu ammazzatu cumpari Turiddu”, e dall'altra “è cumpari Turiddu ca si fici ammazzari”; gli uni sorpresi e scandalizzati gli altri cinicamente soddisfatti. Ma la discussione più appropriata avrebbe dovuto essere sul fatto che “ cumpari Turiddu era già mortu”.
Fu una forma di affettuosa delicatezza nei confronti di un' alta carica dello Stato, la cui serenità (come la chiama amorevolmente la Corte) era già compromessa? Parlo di una delicatezza del tipo che per non dirti di brutto che il morto è morto ti cominciano a dire che si è sentito male e che i medici che ci sono… lo sai come sono... e poi gli ospedali sai come funzionano... la mala sanità... che bisogna avere fede e forza. E lui che Fede ce l'ha e Forza (...) pure, si sarà, o sarà stato, convinto che non tutto era perduto e che il morto non era morto.
Fu invece la sicurezza che la nuova composizione della Corte e qualche “aiutino” politico avrebbe dato ragione a chi sosteneva il primato della serenità delle alte cariche dello Stato nell' esercizio delle funzioni? Ma era mai successo prima che la Corte Costituzionale bocciasse sé stessa negando quel che poco prima aveva sostenuto senza esitazioni ed ambiguità? No, mai.
Fu un abile inganno quello di lasciare intendere che il processo davanti alla Corte Costituzionale si poteva “aggiustare”? Fu quindi un' ingenua intelligenza ad abboccare all'amo di fatti artificiosi scaltramente predisposti da vecchie volpi (il cui manto è notoriamente rosso)?
Diceva grossomodo Sciascia che l'intelligenza non basta a scoprire la verità. Tu puoi fare mille ipotesi logiche, fondate, e tutte che reggano alle rasoiate critiche dell'intelletto che però tutte però si contraddicono: perché una sola è la verità, e se non te la rivela nessuno quella verità, l'unica verità, non la saprai mai.
E qui pare che questa verità non la sapremo mai.
Per quale motivo se il testo Alfano era troppo simile al testo Schifani perchè nella sostanza ne aveva cambiato solo una parte -e neppure quella più importante- per quale motivo, dico, gli avvocati del Presidente del Consiglio non accettarono, per esempio, il rilievo di irragionevolezza mosso dalla Corte secondo cui tanto il Presidente del Consiglio quanto i Ministri hanno pari dignità nell'esercizio della funzione di Governo perché il Governo è un organo collegiale e quindi anche i Ministri andavano protetti nella loro serenità come il Presidente del Consiglio? Perché sfidarono apertamente la Corte sostenendo infondato quel rilievo poiché, a loro dire, se cade il Capo del Governo cade anche il Governo mentre se cade un Ministro non cade tutto il Governo? Probabilmente avevano rimosso dalla memoria la recente vicenda Mastella: il Governo Prodi che cade perché si dimette un Ministro la cui moglie è oggetto di un'ipotesi di reato grave e viene arrestata (come misura cautelare). E devono avere pure rimosso il caso più grave che si verificò durante la crisi di Sigonella (Craxi Presidente del Consiglio) quando Spadolini si dimise dal Governo in piena crisi internazionale provocandone la caduta (seppur temporanea) che costrinse Craxi a tornare in Parlamento per ottenere un nuovo voto di fiducia.
E perché il Capo dello Stato lasciò chiaramente intendere che le critiche principali della Corte, almeno quelle per lui rilevanti sul piano delle funzioni da esercitare, gli sembravano fossero state accolte e accettate dal nuovo testo? Per non appesantire la situazione? Per prendere tempo? Per non passare per avversario del Governo? Per favorire il dialogo tra maggioranza e opposizione? Perché preferì correre il rischio di passare per Ponzio Pilato Napolitano? Forse sapeva di non poterlo correre quel rischio, perché nessuno glielo avrebbe mai rinfacciato? Ma adesso, che gli rinfacciano di non avere esercitato le sue prerogative, se la passa meglio?