lunedì 24 marzo 2008

La sorpresa dell'emigrante

Un italo australiano di Agrigento è tornato in Italia dopo quarant’anni. Gli è venuta la nostalgia canaglia. Aveva lasciato il suo Paese nel 1968 con Mike Bongiorno e Pippo Baudo in televisione. Andreotti in Parlamento. L’Alitalia in sciopero (era dovuto partire in nave). I treni dei pendolari pieni, sudici e in ritardo.

Si ricordava dei lavori stradali di allora, dei cantieri aperti dappertutto. Della Salerno-Reggio Calabria in via di completamento. Ai suoi tempi c’erano la crisi del Mezzogiorno, il problema della mafia e i neo fascisti. Ha trovato tutto uguale, preciso.
In un programma televisivo c’erano persino Mino Reitano, Peppino di Capri e Gianni Pettenati che cantava “Bandiera gialla”.
“E Pannella?”, mi ha chiesto. “C’è ancora?” L'ho rassicurato che è sempre lì e fa lo sciopero della sete che è una bellezza. “E Albertazzi e Raimondo Vianello? Stanno bene?” L’ho informato che sono spesso in prima serata.
“E Fede e Vespa” ha incalzato “quelli dei telegiornali?” “Hanno cambiato padrone, ma disinformano più di prima, hanno esperienza da vendere”, ho risposto. In quel momento alla radio Tony Dallara cantava “Come prima più di prima” e Mina era in vetta alle classifiche di vendita.
L’emigrante ha pensato che volessi prenderlo per i fondelli e ha fatto zapping sui canali televisivi per cercare conferme. C’erano un dibattito sulla modernità dell’opera del Manzoni con letture scelte dei Promessi Sposi, Benigni che declamava la Divina Commedia e il Papa che parlava dal balcone.
L’ultima auto dell’emigrante era stata una Fiat Cinquecento, color grigio topo, con la capote. “E la Fiat come va? I suoi modelli di oggi?” Ho preso tempo, per paura della sua reazione, e gli ho mostrato una pubblicità della nuova Cinquecento Fiat, la macchina dell’anno.
“Mago Zurlì?” ha sibilato. Volevo mentire, ma non ci sono riuscito. “Presenta anche quest’anno lo Zecchino d’oro, ma non c’è più Topo Gigio, adesso si è messo in politica”.Mi ha scritto una cartolina da Sidney, dove è subito ritornato. Una vecchia cartolina con le macerie del Belice in Sicilia, dopo il terremoto del 1968, uguali ad oggi.

Dal Blog di Beppe Grillo.

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Giochi e giocattoli degli antichi romani: la Villa Romana del Casale di Piazza Armerina

Dagli scavi archeologici e dalle fonti letterarie ci sono giunte un'infinità di testimonianze di giocattoli e giochi degli antichi romani che hanno permesso di ricostruire i vari tipi di divertimento praticati tanto dai bambini che dai grandi (con i loro giochi di abilità, d'azzardo e sportivi).

Nell’antica Roma i bambini giocavano in vari modi.
Già per i poppanti c’erano poppatoi a forma di animaletti con dentro qualche sassolino per divertirli col loro suono ma esistevano pure dei veri e propri sonaglini (tintinnabula).

-- Villa Romana del Casale a Piazza Armerina. Vestibolo del Piccolo Circo: corsa con quattro bighe trainate da oche, fenicotteri, colombacci e trampolieri. Il ragazzo dichiarato il vincitore riceve la palma, simbolo di vittoria.--
I giocattoli dei bambini ricchi venivano commissionati ad artigiani esperti: cerchi (orbis), spesso ornati di anelli e sonagli, da far correre e suonare con la bacchetta (clavis), trottole (turbo), carrettini, bambole (pupae), palle, ecc.

Per i maschi il carrettino era uno dei giocattoli più diffusi, una biga in miniatura che poteva essere o molto piccola e allora veniva legata ad animali di piccole dimensioni (molto spesso i trascinatori erano dei topi) oppure grande in modo che il bambino stesso potesse guidarla e che veniva trascinata da una pecora, un cane, ecc..
Le bambine romane invece amavano soprattutto le bambole ( pupae ) che conservavano fino all’età del matrimonio. Infatti era usanza, alla vigilia della cerimonia nuziale, che la sposa consacrasse a una divinità i giocattoli della sua infanzia.

I visi delle bambole erano curati, i capelli dipinti, gli occhi e le labbra truccati e avevano anche ricchi corredi e abiti costosi. Alcune bambole erano persino snodate.

Certamente diversi erano i giocattoli dei bambini più poveri: infatti essi si dovevano accontentare di bastoni o canne, da cavalcare come dei cavallini o di semplici bambole di pezza.

Le noci invece erano le vere protagoniste di molti giochi infantili.

I bambini le accumulavano e le utilizzavano in tanti giochi diversi per essere vinte o perdute.

Per i Romani divertirsi con le noci era così usuale che l’espressione “lasciare le noci “(relinquere nuces) ebbe il significato di lasciare l’infanzia per entrare nella vita adulta. Marziale scriveva “era triste lo scolaro perché aveva lasciato le noci”.

Nell’opera “Le noci” Ovidio fa riferimento al ludus castellarum un gioco che consisteva nel formare un triangolo con tre noci ravvicinate e una in cima che bisognava poi far cadere.

Il gioco aveva molte varianti e veniva praticato da bambini di entrambi i sessi.
Vi erano poi altri giochi delle noci: uno consisteva nel far scivolare la propria noce su una tavola inclinata. Un altro si giocava tracciando per terra un triangolo, diviso da linee orizzontali parallele alla base e i giocatori a distanza, vi gettavano delle noci, cercando di avvicinarsi il più possibile al vertice . C’era anche il gioco della "fossetta" (tropa) Giochi come quello della “fossetta” si facevano con le noci ma si potevano usare gli astragali che originariamente erano ossicini ma poi si foggiarono in bronzo, piombo, marmo e terracotta e persino in oro, avorio. I bambini li amavano molto ed a scuola spesso venivano dati come premio ai più studiosi.
Con gli astragali si potevano fare diversi giochi. Uno di quelli che veniva giocato dai bambini si chiamava "il cerchio".
In esso i giocatori si disponevano ad una distanza convenuta tutt'attorno ad un cerchio segnato sul pavimento ed ognuno di essi doveva cercare non soltanto di centrarlo con il proprio astragalo ma anche spostare e buttare fuori quelli dei suoi avversari. Sempre con astragali o pietruzze si giocava poi al gioco delle "cinque pietre", che era soprattutto amato da bambine e bambini. In questo gioco si gettavano per aria cinque astragali e rivoltando rapidamente la mano si cercava di riprenderli. Vinceva chi li prendeva tutti e cinque. Conosciuto era pure l’ ephedrismos greco che consisteva nel colpire una pietra piazzata su un cumulo di terra. Il giocatore che tentava di colpirla con palle o sassi doveva portare sul dorso un altro giocatore che gli bendava gli occhi.
-- Sopra due giochi: il primo con l’uso di oggetti simili a bocce il secondo con noci. Mosaico presente nel Cubicolo della scena erotica Villa Romana del Casale.


-- Villa Romana del Casale.
Stanza delle Ragazze in Bikini: particolare
Pure i giochi “a nascondino”, “a mosca cieca” l'altalena, l'aquilone, il rocchetto, la palla, grazie ai Greci erano già conosciuti e molto praticati.
Esisteva un tipo di palla piccola e dura ripiena di lana o di stoppa chiamata alla greca harpastum, la quale veniva usata per un gioco a squadre movimentatissimo dello stesso nome che i Romani però preferirono chiamare pulverulentus. Un altro tipo di palla era la paganica più grande della precedente e riempita di piume e quindi leggerissima. Infine c'era una palla chiamata follis o folliculus riempita di aria: una palla che rimbalzava.





Gran parte delle attività ludiche dei bambini era pure improntata sull'imitazione delle imprese dei grandi: i piccoli giocavano ai soldati o ai magistrati e ai giudici o al “gioco del re” una gara di abilità dove il più bravo dichiarato re impartiva ordini a tutti e il meno bravo, chiamato scabbioso, si prendeva le beffe da tutti. Ma giocavano pure a pari e dispari (par impar), a testa e croce (capita et navia), alla morra (digitis micare) come pure gli adulti: la differenza era la posta in gioco.
I giochi coi dadi e astragali erano giochi d’azzardo proibiti per legge e consentiti soltanto durante il periodo dei Saturnalia. Erano considerati giochi d’azzardo anche quelli su scacchiera.

Fu attraverso i Greci che i Romani conobbero questi giochi che però non si giocavano esclusivamente a tavolino visto che un po’ dappertutto, nei fori delle varie città dell’impero o nelle strade, ne sono state scoperte alcune incise sulle lastre della pavimentazione ed attorno alle quali si giocava seduti o sdraiati per terra. Sempre con una scacchiera si giocava al filetto e al ludus latrunculorum, termine con il quale all’epoca si indicavano i mercenari e che divenne molto di moda a partire dalla fine della repubblica; la scacchiera era come il campo di battaglia con 64 caselle e 16 pedine per ogni giocatore ognuno dei quali riceveva 8 pedine grandi e 8 piccole. La partita era una via di mezzo tra la dama e gli scacchi.



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Giochi e giocattoli degli antichi romani: la Villa Romana del Casale di Piazza Armerina

Dagli scavi archeologici e dalle fonti letterarie ci sono giunte un'infinità di testimonianze di giocattoli e giochi degli antichi romani che hanno permesso di ricostruire i vari tipi di divertimento praticati tanto dai bambini che dai grandi (con i loro giochi di abilità, d'azzardo e sportivi). Nell’antica Roma i bambini giocavano in vari modi. Già per i poppanti c’erano poppatoi a forma di animaletti con dentro qualche sassolino per divertirli col loro suono ma esistevano pure dei veri e propri sonaglini (tintinnabula). I giocattoli dei bambini ricchi venivano commissionati ad artigiani esperti: cerchi (orbis), spesso ornati di anelli e sonagli, da far correre e suonare con la bacchetta (clavis), trottole (turbo), carrettini, bambole (pupae), palle, ecc. Per i maschi il carrettino era uno dei giocattoli più diffusi, una biga in miniatura che poteva essere o molto piccola e allora veniva legata ad animali di piccole dimensioni (molto spesso i trascinatori erano dei topi) oppure grande in modo che il bambino stesso potesse guidarla e che veniva trascinata da una pecora, un cane,ecc.. Le bambine romane invece amavano soprattutto le bambole ( pupae ) che conservavano fino all’età del matrimonio. Infatti era usanza, alla vigilia della cerimonia nuziale, che la sposa consacrasse a una divinità i giocattoli della sua infanzia. I visi delle bambole erano curati, i capelli dipinti, gli occhi e le labbra truccati e avevano anche ricchi corredi e abiti costosi. Alcune bambole erano persino snodate. Certamente diversi erano i giocattoli dei bambini più poveri: infatti essi si dovevano accontentare di bastoni o canne, da cavalcare come dei cavallini o di semplici bambole di pezza. Le noci invece erano le vere protagoniste di molti giochi infantili. I bambini le accumulavano e le utilizzavano in tanti giochi diversi per essere vinte o perdute. Per i Romani divertirsi con le noci era così usuale che l’espressione “lasciare le noci “(relinquere nuces) ebbe il significato di lasciare l’infanzia per entrare nella vita adulta. Marziale scriveva “era triste lo scolaro perché aveva lasciato le noci”. Nell’opera “Le noci” Ovidio fa riferimento al ludus castellarum un gioco che consisteva nel formare un triangolo con tre noci ravvicinate e una in cima che bisognava poi far cadere. Il gioco aveva molte varianti e veniva praticato da bambini di entrambi i sessi. Vi erano poi altri giochi delle noci: uno consisteva nel far scivolare la propria noce su una tavola inclinata. Un altro si giocava tracciando per terra un triangolo, diviso da linee orizzontali parallele alla base e i giocatori a distanza, vi gettavano delle noci, cercando di avvicinarsi il più possibile al vertice . C’era anche il gioco della "fossetta" (tropa) Giochi come quello della “fossetta” si facevano con le noci ma si potevano usare gli astragali che originariamente erano ossicini ma poi si foggiarono in bronzo, piombo, marmo e terracotta e persino in oro, avorio. I bambini li amavano molto ed a scuola spesso venivano dati come premio ai più studiosi. Con gli astragali si potevano fare diversi giochi. Uno di quelli che veniva giocato dai bambini si chiamava "il cerchio". In esso i giocatori si disponevano ad una distanza convenuta tutt'attorno ad un cerchio segnato sul pavimento ed ognuno di essi doveva cercare non soltanto di centrarlo con il proprio astragalo ma anche spostare e buttare fuori quelli dei suoi avversari. Sempre con astragali o pietruzze si giocava poi al gioco delle "cinque pietre", che era soprattutto amato da bambine e bambini. In questo gioco si gettavano per aria cinque astragali e rivoltando rapidamente la mano si cercava di riprenderli. Vinceva chi li prendeva tutti e cinque. Conosciuto era pure l’ ephedrismos greco che consisteva nel colpire una pietra piazzata su un cumulo di terra. Il giocatore che tentava di colpirla con palle o sassi doveva portare sul dorso un altro giocatore che gli bendava gli occhi. Pure i giochi “a nascondino”, “a mosca cieca” l'altalena, l'aquilone, il rocchetto, la palla, grazie ai Greci erano già conosciuti e molto praticati. Esisteva un tipo di palla piccola e dura ripiena di lana o di stoppa chiamata alla greca harpastum, la quale veniva usata per un gioco a squadre movimentatissimo dello stesso nome che i Romani però preferirono chiamare pulverulentus. Un altro tipo di palla era la paganica più grande della precedente e riempita di piume e quindi leggerissima. Infine c'era una palla chiamata follis o folliculus riempita di aria: una palla che rimbalzava. Gran parte delle attività ludiche dei bambini era pure improntata sull'imitazione delle imprese dei grandi: i piccoli giocavano ai soldati o ai magistrati e ai giudici o al “gioco del re” una gara di abilità dove il più bravo dichiarato re impartiva ordini a tutti e il meno bravo, chiamato scabbioso, si prendeva le beffe da tutti. Ma giocavano pure a pari e dispari (par impar),a testa e croce (capita et navia), alla morra (digitis micare) come pure gli adulti: la differenza era la posta in gioco. I giochi coi dadi e astragali erano giochi d’azzardo proibiti per legge e consentiti soltanto durante il periodo dei Saturnalia.Erano considerati giochi d’azzardo anche quelli su scacchiera. Fu attraverso i Greci che i Romani conobbero questi giochi che però non si giocavano esclusivamente a tavolino visto che un po’ dappertutto, nei fori delle varie città dell’impero o nelle strade, ne sono state scoperte alcune incise sulle lastre della pavimentazione ed attorno alle quali si giocava seduti o sdraiati per terra. Sempre con una scacchiera si giocava al filetto e al ludus latrunculorum, termine con il quale all’epoca si indicavano i mercenari e che divenne molto di moda a partire dalla fine della repubblica; la scacchiera era come il campo di battaglia con 64 caselle e 16 pedine per ogni giocatore ognuno dei quali riceveva 8 pedine grandi e 8 piccole. La partita era una via di mezzo tra la dama e gli scacchi.