lunedì 14 gennaio 2008

La class action
In qualche film americano, un avvocato determinato raccoglie un grandissimo numero di firme in tutti gli Stati Uniti e poi fa causa, una sola causa, ad una “major”, cioè a una grande impresa americana, magari multinazionale. Sempre nei film americani, l’avvocato abbatte il gigante e trionfa la giustizia.
Un grande Paese come quello, fondato su principi liberali soprattutto in economia, non tollera la presenza di imprese scorrette. In fondo la teoria liberale si denota per questo: non è importante creare direttamente un sistema sociale nel quale i cittadini stiano meglio, ma è fondamentale eliminare dalla scena economica quelle imprese che sono inefficienti o scorrette, perchè, solo così, secondo questa teoria, i cittadini e le imprese possono star meglio, non dovendone sopportare il peso, cioè il costo. Se solo in Italia qualcuno avesse mai voluto tentare di realizzare una pallida imitazione di questo pricipio, avrebbe dovuto lasciar fallire imprese come Alitalia e Fiat, per esempio, ma solo per esempio assolutamente incompleto.
Piaccia o no, la filosofia a cui si ispira quel sistema ha prodotto una serie di rimedi diretti ed indiretti, pubblici e privati, attraverso i quali la società americana, nel suo complesso, si difende dalle inefficienze, dalle scorrettezze, dal monopolio (considerato questo la bestia nera, una bestemmia economica). Tra i rimedi privati ed indiretti contro la scorrettezza del sistema bancario americano, che tendeva a fare cartello (cioè a fare accordi sottobanco ed uniformare i tassi di interesse fingendo una concorrenza ma in realtà esercitando un oligopolio) circa 100 anni fa, lì, furono inventati i fondi comuni di investimento moderni: associazioni di risparmiatori che gestivano professionalmente ed autonomamente i loro risparmi, ricavandone un maggiore e più sicuro rendimento, contro le banche, in concorrenza con le banche. Oggi i fondi americani raccolgono più risparmio del sistema bancario e garantiscono le prestazioni previdenziali dell’intero sistema americano. I fondi italiani, invece, sono interamente controllati dalle banche... Ma lasciamo perdere e torniamo al tema.
A quanti di noi non è capitato di scoprire una piccola imprecisione, una piccola scorrettezza, su una bolletta di gas, acqua, energia elettrica, telefono? Ma anche qualche piccola scorrettezza nelle polizze di assicurazione, nei contratti di banca. Che ne sò, scoperta di spese aggiuntive rispetto a quelle dichiarate nei contratti, fine improvvisa di un beneficio, di un’agevolazione stabilita in contratto. Ora, certo, uno ci rimane male, impreca contro il sistema magari. Ma non gli verrebbe mai in mente di far causa a una banca, la sua, perchè nell’ultimo estratto conto, incomprensibile, si è visto addebitare, per esempio, un canone telematico che non aveva pattuito, nè era deducibile dal contratto, dell’importo di 1 euro.
Chi sarebbe tanto scellerato di rischiare così tanto per così poco?
Bene, in America, è possibile, per mezzo di un avvocato, riunire tutti coloro che hanno un piccolo o grande problema , e far causa al furbetto, tutti insieme, con una riduzione radicale dei costi legali, anzi una semplice simbolica presenza di un costo che, spesso, è anticipato dallo stesso studio legale. Ed è così che, per davvero e non solo nei film, giganti economici sono stati piegati.
La class action, così si chiama, è stata introdotta anche in Italia. Evviva, evviva, evviva!
Calma.
Non è come quella americana. Qui ci vogliono “dovute cautele”. L’espressione tra virgolette non è mia, l’ho presa a prestito dalla direttiva n. 27064 del presidente del consiglio dei ministri del 12 marzo 2007.
Qui i cittadini stanno sotto tutela, hanno bisogno di un tutore per decidere se è opportuno far causa collettivamente.
Qui in Italia a poter far causa collettiva non saranno i cittadini ma solo le associazioni di consumatori.
Evviva, evviva, evviva! Che ci vuole, facciamo una associazione di consumatori fai da tè e andiamo lancia in resta contro i mulini vento.
E no, e no: devono essere associazioni di consumatori rilevanti sul piano nazionale.
E se uno volesse prendersela con una azienda pubblica o privata regionale, faccio per dire, l’ato rifiuti, o l’ato acqua? Niente da fare. Se ne deve occupare una associazione nazionale, iscritta in un apposito registro.
Qualcuno più smaliziato lo sa già: le associazioni dei consumatori nazionali non sono del tutto indipendenti da formazioni politiche e sociali (partiti e sindacati).
Qui in Italia da destra e da sinistra sono tutti liberisti, liberali e libertari. Pensate che, quelli più di sinistra, propongono soluzioni neo Keynesiane per curare il paese: maggiori investimenti pubblici per stimolare la domada interna... quelli più di destra, invece, propongono il protezionismo economico. In una logica rovesciata c’è un inquietante scambio di ruoli: gli uni fanno la parte degli altri, ma il teatro è sempre liberal. Liberal, con le dovute cautele, ovviamente.
Ora però, si deve fare un piccolo ragionamento: ma la class action non c’era già in Italia? Introdotta nel 1998 e poi riformata nel 2003 e poi ancora nel 2005 e ancora dopo. Certo a quel tempo non si chiamava class action, ma stava nel codice del consumo, e prevedeva che le associazioni (dei consumatori e degli utenti) potessero agire in giudizio a tutela degli interessi collettivi.
Ma allora, la differenza qual è?
Sono gli stessi soggetti (le associazioni dei consumatori e degli utenti rappresentative sul piano nazionale) che hanno lo stesso potere processuale (di iniziare un procedimento giudiziario) ma con un’ampiezza maggiore.
Infatti, le associazioni dei consumatori, prima, potevano soltanto iniziare un’azione cautelare inibitoria, cioè diretta a fermare, bloccare, un’attività generale scorretta. Oggi, invece, le stesse associazioni, hanno il potere di chiamare in giudizio i furbetti-grandi-enti-società esattamente come i privati, senza limitazioni, sembrerebbe, quindi, con la possibilità di farli condannare anche al risarcimento del danno, per esempio. E questa non è una cosa da poco.
Resta da capire perchè questo strumento di difesa contro attività scorrette (che alla fine incidono su portafogli, salute, e benessere della società intera) debba essere gestito soltanto da associazioni (di consumatori e utenti) rilevanti sul piano nazionale. Ma perchè i cittadini dovrebbero per forza iscriversi ad una associazione, farne parte, per avere l’illusione della protezione? E sì, di illusione si dovrebbe parlare perchè iscriversi ad una associazione di consumatori non garantisce che questa inizi un procedimento contro qualcuno. Il potere di decidere spetta agli organi direttivi delle associazioni, certamente non agli iscritti. Diversamente se potessi dare mandato a un avvocato per una azione collettiva, l’azione collettiva si farebbe, esistendo certi presupposti.
Tra questi metterei innanzitutto la fondatezza della questione, e poi, trattandosi di azione collettiva, bisognerebbe avere un congruo numero di mandanti. E il punto è proprio questo: chi decide qual è il numero minimo per potersi parlare di una azione collettiva? La soluzione italiota è quella di affidarsi a ben consolidate preesistenti associazioni nazionali. Ma altrove, a stabilire un numero minimo è, preliminarmente, un giudice. La ragione di questa scelta giudiziaria è semplice: primo, il giudice, per definizione, è neutro, imparziale; secondo, il giudice di volta in volta a seconda dell’ampiezza dell’interesse o del diritto che si pretende sia stato leso, a seconda dell’area geografica nella quale opera il soggetto furbetto-scorretto, e, a seconda delle sue dimensioni, stabilisce requisiti minimi diversi da caso a caso. E tutto ciò appare molto sensato.
Molto poco sensato, invece, appare affidare la tutela di importantissimi interessi e diritti esclusivamente ad una eventuale ed arbitraria iniziativa di un’associazione che non è nè neutra nè imparziale e il cui numero di iscritti conta solo a livello nazionale e non locale. Con tutti i paradossali esiti generati da questa paradossale condizione di partenza. Ma qualcuno si ricorda se dal 1998 ad oggi c’è stata una azione giudiziaria (sia pure solo inibitoria) delle associazioni dei consumatori contro qualcuno importante, chessò, enel, telecom, banche nazionali, fondi di investimento?

Esiste tuttavia nella stessa disposizione che ha introdotto la class action di cui parliamo una norma che consente anche ad associazioni e comitati diversi da quelli rappresentativi sul piano nazionale, la possibilità di agire in giudizio ma non per esercitare l’azione inibitoria. La disposizione precisa che deve trattarsi di associazioni e comitati adeguatamente rappresentativi degli interessi collettivi fatti valere. Non dice nulla sulla base di che un’associazione o un comitato è adeguatamente rappresentativo. In particolare non dice nulla dell’ ambito territoriale di rappresentatività: localmente rappresentativo, regionalmente rappresentativo, nazionalmente rappresentativo?
Se la controparte è un soggetto di rilievo nazionale, il comitato o l’associazione deve essere dello stesso livello, oppure può essere locale, insomma un comitato locale può far causa alla Telecom? Ammesso che sia possibile, se il comitato o l’associazione promotore è locale e la controparte è nazionale, per esempio, quando il promotore locale è adeguatamente rappresentativo? Quando e perchè è configurabile un difetto di legittimazione attiva? Quindi, come fa un giudice a motivare il difetto di legittimazione attiva?
Una ipotesi interpretativa, solo una ipotesi, potrebbe essere quella nascente da una interpretazione analogica.
Mancando una norma, facciamo ricorso a quella più simile. Quella più simile è quella che riguarda le associazioni rappresentative sul piano nazionale. Per essere rappresentativa sul piano nazionale una associazione deve avere un numero di iscritti pari allo 0,5 per mille della popolazione nazionale e deve essere presente in almeno 5 regioni o province autonome. Passando da un ambito territoriale nazionale a uno locale, analogamente, si potrebbe ipotizzare per esempio per una Provincia che un comitato o un’associazione debba avere un numero di iscritti pari allo 0,5 per mille della popolazione censita nella Provincia stessa . Se la popolazione della Provincia fosse di 220.000 abitanti allora dovrebbe avere 110 iscritti. E una presenza territoriale su ¼ dei Comuni della Provincia, quindi, se i comuni fossero 20, in 5 Comuni, e in ciascuno di questi 5 Comuni un numero di iscritti non inferiore allo 0,2 per mille. Quindi, sempre ipoteticamente, in un Comune di 20.000 abitanti almeno 4 iscritti. A un maggior numero di iscritti per ciascun parametro di rappresentatività corrisponderebbe un maggior grado di rappresentatività dell’associazione o del comitato locale. In un ambito territoriale più ristretto (associazione o comitato comunale) subentrerebbero le zone o i quartieri della città. E in uno più esteso (la regione) le province. In un ambito consortile le unità che lo compongono.
Il punto comunque che pare essere la premessa e la conseguenza della problematicità è sempre lo stesso: aver voluto affidare ad un soggetto collettivo (associazione rappresentativa sul piano nazionale, associazioni e comitati- rappresentativi in ambito nazionale ma non inclusi nell’elenco nazionale ufficiale, rappresentativi sul piano locale e non inclusi nell’elenco nazionale ufficiale, ma quest’ultima è una ipotesi interpretativa-) il potere di promuovere una class action.
Possiamo scommettere che l’incertezza su questi delicatissimi temi condurrà ad una proroga da parte del Parlamento in attesa di chiarimenti interpretativi autentici, oppure dovremo aspettare qualche anno prima che la Corte di Cassazione o la Corte Costituzionale sciolgano questi nodi.


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